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Senesità e Pazzia

È questa una raccolta di numerose notizie che si trovano sparpagliate in parecchie opere letterarie ma che, se messe nella giusta sequenza, aiutano a capire, se non a spiegare, il motivo per il quale i senesi, probabilmente da sempre, sono considerati un po' pazzi. Come vedremo questa caratteristica, non sempre attribuita in negativo, ma spesso anche con una buona dose di simpatia, deriva dall'osservazione dei comportamenti che gli abitanti di Siena hanno sempre manifestato nei giochi e nelle occasioni di festa e continuano tuttora a manifestare in occasione del Palio.
Le informazioni storiche, i fatti e le circostanze, fedelmente riportate, sono tratte dalle opere di volta in volta indicate, mentre lo scritto in corsivo è frutto delle mie personali considerazioni e deduzioni.

È da molti secoli che la senesità viene spiegata, se non addirittura considerata, come una forma, sia pure leggera, di pazzia collettiva: a cominciare da Dante che nel XIII canto del Purgatorio definisce i senesi "gente vana", per arrivare a Mario Luzi che, ne "Il ritorno a Siena" (1953), dice: "si concepiscono qui necessariamente strane passioni e grandi manie né è possibile vivere altrimenti che in una sottile follia".

Secondo Sigismondo Tizio (1528), Siena fu fondata sotto il segno del Toro, che vediamo scolpito, in bella mostra, nella facciata del Duomo. Essendo questo segno uno de’ domestici, rende i senesi affabili, trattabili e amatori degli stranieri. Poiché si tratta di un segno della casa di Venere, quelle terre, le quali col suo aspetto governa, producono giovanette gentili e belle, amiche del suono, del canto, del ballo e dei giochi.
A questo celeste segno, quindi Siena deve, da un lato, la bellezza ed il fascino delle sue donne, e dall'altro, la passione della sua popolazione per le baldorie e i giochi.

Fin dalle origini del Comune, a Siena si ebbero splendide giostre, accesi tornei, feste sontuose e contese rissose. E siccome ai senesi piacevano svaghi adeguati alla faziosa litigiosità del tempo, così, tanto per tenersi in forma, praticarono giochi duri e maschi, che avevano come regola principale il picchiare sodo gli avversari, badando che nessun colpo andasse a vuoto.
La pugna (in Piazza del Campo quando era praticata dai nobili e in Piazza del Carmine quando era praticata dai plebei) deriva dal più antico Gioco delle Elmora o dei Cestarelli detto anche Battaglia dei sassi. Una finta battaglia praticata da uomini abituati e combattere le guerre sul serio. E siccome le pietre, le pertiche, le mazze ed i cazzotti erano veri, ed i cestelli, le corazze, i cosciaroni, i gamberuoli e gli scudi di legno e cuoio coprivano poco e riparavano meno, nel 1291, contate le teste rotte e rese le onoranze ai morti, le Elmora furono proibite. Ai senesi fu consentito di fronteggiarsi solamente con pugni e boccate, cioè con cazzotti e schiaffi dati a mano aperta (Metamorfosi di una festa di A. Fiorini).

Ne "La faziosa armonia” di Giuliano Catoni, è riportata la descrizione di un anonimo cronista degli avvenimenti del 1° novembre 1291: "si cominciò a menare le mani colle pugnia teribilemente; e dalle pugnia vennero poi a sasi, e dopo e' sasi veneno poi all'arme e fuvi morti di buoni e gentuliuomini; e per nisuno modo non valeva el gridare [...] e questo fu 'l principio che dapoi si cominc[i]ò a giochare alle pugnia per levar via la bataglia de' sasi e delle pertiche per meno scandalo....". Lo stesso cronista ci narra di una pugna del 1317: "giognendo le schiere in Campo tutte le buttighe si serraro, et ogn'uno dava spalla alla sua schiera de la sua Contrada, che poche Contrade rimase che non facesse la sua schiera et combattendo le dette schiere quasi tutto il dì in modo che una parte non soprafacea l'altra, tanto erano del pari gente, et così stavano agarati et non si partivano per gara, per la qual cosa si cominciò a fare a sassi sul Campo, ed eravi tanta la gente e traevasi tanti sassi, che era una meraviglia vedere. Il Podestà co’ la sua gente voleva spartire e ch’ogn’uno si tornasse a casa e non era ubidito, ma cominciaro i sassi esser tratti allui e a la fameglia e fu rotto el capo e per questo el Podestà molto se ne schandolezò, e se non fusse che ne venne la notte vi sarebbe stato molto grande male. E tutta questa bataglia fu a piè el palazo de’ Signori. E la matina vegniente era a piè el palazo tanti sassi che arebero fatto una meza chasa…".

Nel 1318, tuttavia, l'innocuo ardore di un gioco di Pugna registrò dieci morti nel febbraio del 1324, per mettere fine alla rissa e separare i mille combattenti, che avevano principiato a suonarsele ferocemente prima coi pavesi, gli scudi e le celate, e poi persino con i forconi e le mannaie, dovettero intervenire la Balìa con le guardie ed il Vescovo con i preti e i frati. In quell'occasione Agnolo di Tura, un cronista detto volgarmente Grasso, annotò che "era tanto rumore nel Campo, che parea andassine il mondo sotto sopra". (Metamorfosi di una festa di A. Fiorini).

In appendice alle novelle di Gentile Sermini (sec. XV) sono riportate le seguenti cinque rime:
Chi vedesse azzuffar costoro in piazza
Con tanta pertinacia per la parte,
Avendo mille carte
Non crederia che non fusser niminci,
E l'altro dì son fratelli e amici.

Eccola l'incomprensione di fondo: sono amici e per divertirsi si picchiano di santa ragione!

Scrive Girolamo Gigli che a Siena "il detto gioco ebbe forse la sua prima origine dalle antiche contese de' due popoli di Castello di Val di Montone e di Castel Vecchio, nell'occasione che venivano al Mercato, che nella Piazza del Campo si faceva per provvedersi di vettovaglia, i quali solevano poi le robe che agli altri toglievano godersi nelle taverne".

Sembra succedesse che due schiere di giovani, una del terzo di Città e una del terzo di San Martino, cominciassero il gioco della pugna in Piazza del Campo (Campus Fori) e finissero sempre per scivolare nel Porrione (Emporium) dove c'erano i banchi e le botteghe dei generi alimentari conservati per i viaggiatori della via Francigena (insaccati, sotto sale, affumicati, ecc.), dei quali, nella confusione generale, si impadronivano illecitamente e poi, le due schiere di contendenti, se li andavano a mangiare amichevolmente nelle taverne. Da qui il detto che i senesi prima se le danno e poi vanno a bere insieme.

La Pugna fu ripetutamente proibita nel corso dei secoli ma, per un motivo o per un altro, e sia pure saltuariamente, è stata praticata fino al XVIII secolo, quando, in occasione di particolari eventi, venivano organizzate finte battaglie come nel 1698 tra le truppe di Alessandro Magno e quelle di Dario Re di Persia, nel 1701 tra gli indiani d’America e gli uomini di Cristoforo Colombo, nel 1704 tra i “villani” della Valdarbia e quelli della Montagnola, ecc. ecc.
Scriveva Giugurta Tommasi nella sua Historia; "in Toscana giocare a pugna è ed è sempre stata prerogativa del popolo Sanese".

Nel tardo cinquecento ritornarono anche le pallonate che non si discostavamo molto dalla pugna pura e semplice: si trattava di spingere o portare la palla fuori dalla Piazza dalla parte degli avversari, facendosi largo o, per contro, ostacolare a son di pugni ovviamente.
Racconta il Macchi che il 4 giugno 1673 a Lucignano d'Arbia dove, in occasione della Processione del SS. Sacramento, si era recato un gruppo di dipendenti dell'Ospedale di S. Maria della Scala: "Fenita che fu la Processione si messero a giocare a palla e si cominciarono a dare". Questa era la pallonata a Siena come scrive Umberto Benvoglienti nei primi anni del 1700: "Il nostro gioco ha fuoco e spirito e non è tanto intellettuale come quello di Firenze".

Secondo quanto scrive il Pecci nel "Diario Senese" l'ultima pallonata con pugni si svolse nel 1746: "Per non avere in quest'anno il Collegio di Balìa proseguito nell'elezione de' Deputati del brio carnevalesco è perciò mancato il divertimento del gioco del pallone con pugni, alcuni nobili giovani che, per naturale inclinazione, sono portati al mantenimento di tal uso, accordatisi, nel dì 30 di gennaio diedero principio e fecero conoscere che per allora non era da smettersi ....".

Così come, anche sotto altra connotazione, si continuò quindi a praticare la pugna, si continuò anche a parlare della pazzia dei senesi. Ed i motivi per parlarne non mancavano nemmeno nei salotti dell'alta aristocrazia europea.
Racconta, infatti, Girolamo Gigli nel Diario Senese, che: "Il 24 febbraio del 1527 l'Imperatore Carlo V ricevette in Bologna, con solennità grandissima, la corona imperiale dal Pontefice Clemente VII. Mandò la Repubblica di Siena i suoi Ambasciatori ad assistere a sì gran festa, ma per loro colpa ne riportarono gran biasimo e vergogna. Perché venuti, nella chiesa medesima, ove faceasi la funzione, a contesa con gli Ambasciatori della Repubblica di Genova, a cagione di precedenza, dalle parole passarono a combattere coi pugni, senza aver riguardo alla santità del luogo, alla maestà dei personaggi ed alla condizione loro di pubblici rappresentanti, onde tutti n'ebbero il gastigo, venendo cacciati via da quell'illustre assemblea”.

Ortensio Lando, il novelliere che per primo tradusse in italiano l'Utopia del Moro, scriveva nel 1548: "Vidi in Siena intronati ch'erano molto svegliati, storditi bene assentiti, crudeli assai piatosi, piccolhuomini ch'erano grandhuomini, Saraceni tenuti buoni cristiani [...]. Qui solamente trovai huomini e donne belli e gai [...]"; ma , a parte il fatto che le donne sono "più savie de gli huomini", in Siena c'è "l'aria tanto sottile, che ogni anno n'escono de gangheri infiniti, de quali alcuni ne ritornano, e alcuni perpetuamente ne rimangono pazzi".

 

Non mancò nemmeno chi, magari interessato, valutava positivamente questi eventi, che, se non altro, servivano per scaricare le tensioni che di frequente si verificavano in città.
Come disse Giovanni Taddei in una orazione, "Discorso accademico in lode della Pugna", recitata nel 1692 all'Accademia dei Fisiocritici: "questa illustre città poteva ben dirsi fortunata e non ci si doveva troppo preoccupare di critiche e condanne a quel divertimento giudicato troppo violento". Da bravo medico, infatti, il Taddei dimostrò che i danni provocati dai pugni erano solo passeggeri e che una pomata da lui inventata guariva assai rapidamente ogni tipo di ecchimosi: "chi ciò non credesse – concludeva – si facci gonfiare la faccia, che io mi obbligo al rimedio (la Faziosa Armonia di G. Catoni).

La più antica descrizione della caccia ai tori ed agli altri animali selvaggi è riferita al 1499 e per circa un secolo rappresentò il divertimento preferito dai senesi seppure intramezzato da qualche pugna come nel 1536 (per Carlo V) e nel 1554, di fronte a Biagio di Montluc, durante l'assedio della Città. Le cacce in cui comparvero i grandi carri a forma dei simboli delle Contrade, non durarono quindi molto, forse perché non c'era da menar troppo le mani e, soprattutto, non c'era competizione alcuna tra i partecipanti.
Sembra tuttavia che la caccia dei tori esercitata in una piazza cittadina, che si dice importata dagli spagnoli presenti a Siena, sia stata prerogativa dei senesi perché Pietro Aretino fece dire nella prima scena de "La Cortigiana": "a Siena c'è la guardia co' Bravi, lo studio co' Dottori, fonte Blanda, la pazzia co' gli Uomini, la festa di mezz'agosto, i carri co' ceri, co' becchetti e i pispinelli, la Caccia co' tori, il Palio et i biricuocoli a centinaia co' marzapani".

Per cui anche alle cacce probabilmente fu abbinata la pazzia dei senesi, ma qualora questa si fosse assopita con i nuovi giochi, ci pensarono quelli della Torre a riportarla in auge.

Da "Palio" del Catoni si rileva che il Desioso Insipido in alcuni suoi versi presentava la contrada del Liofante che, l'11 giugno 1581, in occasione di un Palio corso durante le feste in onore del granduca Francesco I, accompagnò nel Campo il cavallo con un gruppo dove si vedeva una donna stracciata e scarmigliata tenuta ben stretta in mezzo ad alcuni contradaioli: la donna non era altri che la Pazzia riportata a forza in Siena, donde aveva tentato di fuggire.

"Questa chi che vedete è la Pazzia
che fa far oggi queste cose belle,
che l'aviam presa che fuggiva via [...]
S'ella scappasse so di fantasia,
che le feste che van sopra le strelle
sarien finite; onde sarebbe danno
che finissen le feste ch'or si fanno".

E ancora di Domenico Cortese: "Trattato sopra le belle e sontuose feste fatte nella magnifica città di Siena cominciate da la prima domenica di maggio per tutto il dì XVII d'agosto dell'anno 1581".

"Quelli dell'Elefante a contadino
menaron la pazzia legata in Siena
col dir che la trovaron per camino
stracciata e scapigliata in Val di Biena
e con questo capriccio non divino
ma ben cattivo la città fu piena
d'un non so che di gioia a chi non pensa
a un fatto tal che la fama dispensa".

Nel 1590, con la scusa che il Concilio di Trento vietava gli spettacoli sanguinari, il Granduca Ferdinando I fece notificare ai senesi che non voleva più saperne di questi spettacoli, tra l'altro troppo costosi. Così le Contrade, per qualche altro anno continuarono a macellare alcuni tori per gioco e poi, nel 1597, la fecero definitivamente finita e si dettero alle carriere alla tonda (Metamorfosi di una festa di A. Fiorini).

Furono, infatti, portate in Piazza del Campo le corse con le bufale, con gli asini e successivamente con i cavalli, che già si facevano nei rioni delle Contrade in occasione della festa del Santo Patrono.
In pratica, con la scusa di una corsa di animali, in verità nemmeno tanto adatti alle corse, si continuava a fare il gioco della pugna.
La grande differenza con i precedenti giochi sta nel fatto che le Contrade cominciarono a competere tra loro ed i premi, il Palio ed il Masgalano, venivano assegnati alla Contrada vincitrice. In precedenza la competizione era fra i terzi della Città o fra gruppi variamente qualificati o con gli animali ed i premi erano semmai per i singoli che si distinguevano e non per le Contrade, che vi partecipavano in modo non distinto.
Cominciò la Torre, con le carriere alla tonda con le bufale, il 25 luglio 1599, festa di San Giacomo, che "volle dare un saggio della sua generosità, facendo correre nella gran Piazza un palio di velluto rosso", invitando le Contrade a contenderselo. L'ultima fu corsa il 3 novembre 1650.

Le bufale erano condotte da una schiera di una decina di "pugillatori" vestiti con i colori della rispettiva Contrada e con in mano un'asta di quattro braccia, con in cima un pungente di ferro, "da dichiararsi onesto dalli Signori Giudici". Avevano il compito di far avanzare la propria bufala sia stimolandola con i punzoni, sia facendosi largo in mezzo agli altri, con lo scopo, ovviamente, anche di ostacolare l'avanzamento delle schiere avversarie, le quali però avevano gli stessi obiettivi: ciascuna schiera quindi lottava con tutti i mezzi contro le altre. È chiaro che si trattava di una giostra violenta e non di una competizione cavalleresca. Questa situazione, a dir poco confusionaria, durava alcune ore, il tempo necessario per compiere i tre giri di piazza (percorsi in senso inverso all'attuale, con inizio dal vicolo dei Borsellai ed arrivo a quello di San Paolo).

Nelle "Asinate", organizzate anch'esse nella prima metà del '600, non era nemmeno vietata ai pugillatori la facoltà di pungere l'animale avversario o lo scazzottarsi fra schiere opposte.

Ci racconta il Comm. Alessandro Lisini: "Dato il segnale della partenza quei poveri animali venivano presi d'assalto. Tutti i pugillatori si ingegnavano di salirvi sopra, chi per spingerli e chi al contrario per trattenerli. E così le parti avversarie urtandosi e spingendosi a vicenda, si azzuffavano, si rotolavano per terra e si caricavano di pugni, tra gli urli e i fischi e il frastuono assordante degli spettatori. Non riusciva quasi a nessun lottatore di rimanere per pochi passi sull'asino, senza che venisse precipitato a terra; né per mantenervisi su aggrappato, giovava la proibizione che gli asini fossero insaponati. Talvolta una comitiva avversaria prendeva in mezzo asino e cavaliere, li sviava dalla piazza e li metteva fuori combattimento. In questo caso non potevasi riprendere parte alla corsa, se asino e cavaliere non rientravano dalla medesima via donde erano usciti.
L'asino vincitore del premio (il Palio e quaranta scudi), doveva per primo avere compiuto due girate della piazza, in mezzo a questa gazzarra, che durava per qualche ora. Ma se i pugillatori uscivano da tanta baldoria malconci e pesti, quei poveri asini poi ne rimanevano addirittura per molto tempo magagnati".

Sinceramente mi sembra difficile scartare completamente l'ipotesi di una qualche sorta, diciamo leggera, di follia collettiva, ben radicata che ogni tanto si manifesta nelle più svariate forme, saltuarie o ricorrenti, agli attenti osservatori di ciò che avviene in Piazza del Campo.

Con le carriere alla tonda con i cavalli, iniziate alla metà del 1600, il fenomeno assume una dimensione molto meno violenta ma non per questo consente di escludere il sospetto della leggera follia: basta osservare le ripetute scene di delirio che si manifestano durante e dopo la corsa del Palio.
In sostanza è difficile dare completamente torto a Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, che, quando gli chiesero di costruire un Manicomio a Siena, rispose: "Chiudete le porte e il manicomio è belle fatto" (La terra in Piazza di A. Falassi).
D’altra parte si presuppone che Pietro Leopoldo avesse le idee chiare sul carattere e sul comportamento dei senesi visto che nel 1786 fece uno studio specifico e scrisse "Le relazioni sul governo della Toscana" nelle quali disse che i senesi sono piccoli, minuti e insistenti ed il popolo dedito al vino e alle donne non stima i ministri né i castighi. “Piccini e piccosi!” Qualità specifiche che si trovano anche negli appartenenti alle famiglie nobili, delle quali aggiunge che in genere non sono molto ricche ma sufficientemente comode, piuttosto di talento, vivaci e di buon cuore, ma si applicano però poco e s’impiegano difficilmente non uscendo volentieri da Siena, sono molto attaccati alla Patria e alle Magistrature loro.

È in definitiva comprensibile che un non senese cerchi di motivare il particolare e talvolta incomprensibile comportamento dei senesi con il fenomeno della leggera pazzia, caratteristica specifica e contagiosa dei residenti, dovuta forse a cause ambientali, come scrisse Guglielmo Della Valle, cui si deve la rivalutazione dell'antica pittura senese, nel primo volume delle Lettere senesi sopra le belle arti, pubblicato nel 1783, cercando di spiegare con delicatezza le ragioni dello strano comportamento dei suoi ospiti, tirò in ballo un fattore climatico:
"Questa città, amena in quei mesi ancora, nei quali altrove si respira appena, è sbattuta frequentemente dai venti e specialmente dal grecale, che lascia per le contrade le vestigia del sale, con cui si condisce l'atmosfera e da cui ne sono avvisati gli abitanti; e riempiti di brio e di sentimento, anche per le piccole cose. Basta vedere i suoi moti di letizia nella corsa di Piazza. Uno straniero, anche stupito, anche melanconico, si sente a forza rapire da un vortice improvviso, che nella universale commozione lo avvolge e lo trasporta".

Nessuno per ora è riuscito a chiarire compiutamente il senso ed il significato della senesità, forse perché si manifesta in molti modi oltre che in molte circostanze, ciascuna delle quali può essere valutata, apprezzata e definita, ma difficilmente la senesità può essere spiegata in modo concreto considerando l’insieme delle sue molteplici e singolari manifestazioni.

Dice ad esempio Giuliano Catoni: La voglia di vincere, di umiliare gli avversari, di far pesare sulla bilancia della vita la propria appartenenza a un gruppo, che dimostri di essere il più forte o il più fortunato o il più numeroso o il più ricco: eccoli i connotati della passione contradaiola ed ecco anche le motivazioni – primitive e profonde - che prescrivono un nutrito repertorio di violenze fra gruppi contendenti, quasi funzioni rituali che fungono da elemento di coesione popolare e di naturale richiamo ad un passato tuttora condizionante.

Certo è che nel Popolo senese, c'è sempre stata, e c'è tuttora, la tendenza ad essere in sintonia con il passato nel modo, non solo di apparire ma, soprattutto, di essere.
C'è sempre nel comportamento dei senesi, e forse c'è sempre stato, specie dopo la caduta della Repubblica, un condizionamento: orgoglio o nostalgia, che proviene dagli splendori dello stato sovrano o, più semplicemente, da un passato considerato splendido e glorioso e del quale si deve mantenere vivo ed attuale lo spirito e il costume. È in ciò che siamo stati il motivo valido per continuare ad essere, sia pure per certi periodi o per certe manifestazioni.
Questo qualcosa, che vive nonostante il trascorrere dei secoli, anche per il solo fatto di non essere in linea con i tempi, evidenzia una diversità che può esser vista anche come frutto del genio, ma più facilmente e forse anche più semplicemente, come conseguenza di una seppur leggera collettiva pazzia.

Ne "Le Fonti di Siena e i loro acquedotti" di Fabio Bargagli Petrucci è riportato che la prima notizia di Siena nella storia si riferisce al 70 d. c. e si trova nelle Historiae di Tacito (IV, 45), in cui si parla della "Colonia Saenensis". Si racconta che tal Manlio Patruito, dell'ordine senatorio inviato da Roma a fare una specie di censimento militare, economico e ambientale delle Colonie Romane, al ritorno riferì al senato di Roma, stravolto e sconvolto, dell'affronto subito a Siena e di come lo avevano picchiato, preso letteralmente a calci nel sedere e atrocemente insultato: gli avevano fatto anche un finto funerale.

Questo è stato l'ingresso di Siena nella storia.


Germano Trapassi